LA COMPARAZIONE TRA I MOTIVI ICONOGRAFICO-SIMBOLICI ED IL CULTO DELLA GRANDE DEA
Dal raffronto tra i reperti archeologici risalenti sino al tardo paleolitico e i tessuti prodotti in epoca moderna, si può scorgere una sorprendente somiglianza dei motivi iconografici elaborati, imperniati sul culto della Grande Dea.
Il culto della Grande Madre unì l'umanità di diversi continenti in un preciso momento della nostra storia culturale quando, nei periodici ritorni degli animali e delle stagioni, nella maturazione dei frutti, nella nascita dei piccoli, l'uomo riconobbe un influsso soprannaturale.
La donna divenne il simbolo della fecondità animale, vegetale e umana, l'utero universale: la Grande Madre, appunto.
Nell'enorme spazio di tempo compreso tra le prime testimonianze di statuette e rappresentazioni della Dea del periodo Aurignaziano (circa 30.000 anni a. C.) e le raffinate figurazioni del periodo Magdaleniano (circa 9.000 a.C.) il principio iconografico della rappresentazione del corpo femminile resta pressoché immutato: il riferimento esplicito alla fertilità.
Col passaggio dal Paleolitico al Neolitico, si notano delle diversificazioni stilistiche e d'ordine ideologico: l'idea di fecondità che aveva animato i cacciatori, si trasforma in matenità per gli uomini nuovi.
Le forme del Neolitico sembrano esprimere più che la fecondità delle steatopigi, la gravidanza e il nutrimento, per cui l'attenzione si sposta sul prodotto della fertilità, collimando tale interesse con la pratica dell'allevamento prima e dell'agricoltura poi.
LA DEA UCCELLO, L'ARIETE E L'ASSOCIAZIONE CON LA TESSITURA
I segni e le figure che sin dalla preistoria sono stati associati al culto della Dea si possono accorpare in 4 categorie fondamentali: fertilità (dispensatrice di vita), procreazione (nascita), prosperità (energia e sviluppo), morte e rigenerazione.
Il primo aspetto della Dea è stato quello dell'Uccello acquatico poiché annunciava i trapassi stagionali, vibrando nell'aria e preannunciando le piogge vivificanti e la stagione della caccia.
Nel Neolitico, con la nascita della pastorizia, l'interesse si spostò sull'ariete che divenne l'animale sacro della Dea. La scelta del maschio poi è stata effettuata in funzione della somiglianza delle sue corna alle spire del serpente, simbolo propiziatorio della fecondità.
Subito l'ariete fu caratterizzato dal simbolismo del vello e di conseguenza la Dea venne associata alla tessitura, assumendo in questo periodo il ruolo del Fato che decide sugli accadimenti terreni, tessendo il destino dell'umanità




Elaborazione ipertestuale tratta dal volume "Le Trame della Grande Dea" di Terenzio Del Grosso